Quanto tempo puoi stare da solo prima che la solitudine cominci a farti male

Stare da soli non significa necessariamente sentirsi soli

Quante ore al giorno puoi trascorrere da solo prima che qualcosa dentro di te cominci a cedere? Una nuova ricerca offre una risposta sorprendentemente precisa a questa domanda.

In molti danno per scontato che trascorrere tanto tempo in solitudine porti automaticamente a sentirsi soli. Ma i ricercatori statunitensi dimostrano ora che non è affatto sempre così — pur esistendo un punto di svolta preciso in cui il silenzio e la tranquillità si trasformano in un pesante senso di mancanza.

La differenza tra solitudine scelta e solitudine subita

Lo studio, condotto presso l'Università dell'Arizona e pubblicato sul Journal of Research in Personality, ha seguito adulti di diverse fasce d'età. I ricercatori hanno misurato quanto tempo le persone trascorrevano effettivamente da sole e quanto intensamente si sentissero sole.

Ne è emerso un quadro interessante: le persone che si sentivano più sole appartenevano a due estremi opposti. Da un lato chi non era quasi mai solo, dall'altro chi invece trascorreva la maggior parte del proprio tempo in completa solitudine.

Anche tra chi passa molto tempo da solo, non tutti si sentono infelici. Stare soli può essere piacevole e rigenerante, purché rimanga un contatto sufficiente con gli altri.

Un'intuizione fondamentale della ricerca: ci si può sentire altrettanto persi in mezzo a una folla che seduti da soli sul divano di casa. Ciò che conta non è tanto il numero di persone intorno a noi, quanto la qualità del contatto che sperimentiamo.

Il punto di svolta: circa il 75% del tempo trascorso da soli

Esiste però un confine abbastanza netto. Le persone che trascorrevano circa tre quarti delle ore di veglia in solitudine riferivano quasi tutte di sentirsi sole — indipendentemente dalla personalità o dallo stile di vita.

Per capire concretamente di cosa si tratta: se sei sveglio 16 ore al giorno, si parla di circa 12 ore quotidiane senza compagnia né contatto sociale diretto. Questo può avvenire in modo distribuito lungo la giornata oppure in lunghi blocchi consecutivi, come accade a chi vive solo, lavora da casa e ha pochi impegni sociali.

  • Fino a circa la metà del tempo da soli: spesso non è un problema, soprattutto se si hanno relazioni soddisfacenti.
  • Tra il 50 e il 75%: per alcuni ancora gestibile, ma altri cominciano già ad avvertire un senso di disagio crescente.
  • Oltre il 75%: quasi tutte le persone sviluppano un'esperienza chiara di solitudine e mancanza di connessione.

Non si tratta di una formula matematica rigida, ma i ricercatori hanno riscontrato questo punto di svolta con una frequenza notevole nei dati raccolti.

L'età fa la differenza: giovani e over 70 vivono la solitudine in modo diverso

Il ruolo dell'età si è rivelato molto significativo. Per gli adulti al di sotto dei quarant'anni circa, i ricercatori non hanno trovato un legame netto tra molto tempo trascorso da soli ed eenzaamheid, finché quella soglia del 75% non veniva superata in modo strutturale.

Tra i partecipanti over 68 la situazione era completamente diversa. In quel gruppo, la quantità di tempo trascorso in solitudine si correlava in modo molto più forte con sentimenti di isolamento e solitudine.

I partecipanti più anziani tendevano a interpretare il proprio silenzio come un segnale di ancora più silenzio in arrivo. Questa prospettiva rende la solitudine molto più pesante da sopportare.

I giovani adulti tendono a vivere una serata da soli come un momento per ricaricarsi o semplicemente per non dover fare nulla. Gli anziani, invece, associano più facilmente la solitudine a una perdita concreta: figli che se ne sono andati, un partner scomparso, colleghi che non si vedono più.

Perché i giovani si sentono meno rapidamente soli

Secondo i ricercatori, la tecnologia gioca un ruolo decisivo. I giovani e i giovani adulti mantengono i contatti attraverso i social media e le app di messaggistica, anche quando si trovano fisicamente soli nella propria stanza.

Uno studente che studia da solo per ore può continuare a mandare messaggi, scorrere il feed, rispondere nelle chat di gruppo o fare videochiamate. Questo fa sì che quel tempo venga percepito meno come un vero isolamento.

Per molti anziani la situazione è diversa. Usano i social media con minore intensità o non li usano affatto. Un pomeriggio da soli è per loro spesso davvero silenzioso: nessun collega, nessuna chat di gruppo, a volte quasi nessuna visita nel corso della settimana.

I social media: ancora di salvezza o connessione illusoria?

I contatti digitali possono dare una sensazione di vicinanza, ma non risolvono tutto. Brevi like e reazioni fugaci non equivalgono a una conversazione profonda o alla presenza fisica di qualcuno accanto a noi.

Per i giovani il contatto online può fare da cuscinetto contro la solitudine, ma chi si sente già vulnerabile può sentirsi ancora più escluso scorrendo senza fine i social. Dipende molto da come e con quale scopo si utilizza il mondo digitale.

Perché gli anziani sono particolarmente vulnerabili

Oltre alla tecnologia, conta moltissimo la fase della vita. I ricercatori individuano alcuni fattori chiave che rendono gli anziani più sensibili alla solitudine quando trascorrono molto tempo da soli.

Fattore Cosa cambia Effetto sulla solitudine
Pensionamento Vengono meno i contatti con i colleghi Meno conversazioni e momenti di leggerezza quotidiana
Salute Meno energia per uscire di casa Più difficile mantenere le relazioni sociali
Perdita Morte del partner o degli amici Rete sociale che si restringe, maggiore vuoto in casa
Mobilità Più difficile spostarsi o guidare Meno visite spontanee e uscite

Chi in età avanzata si accorge che le giornate lavorative, gli aperitivi e le routine fisse scompaiono deve fare uno sforzo consapevole per sostituirli con nuovi rituali sociali. Non tutti ci riescono, e così molte giornate finiscono per dissolversi in ore silenziose.

Quando trascorrere molto tempo da soli può essere sano

Lo studio dimostra anche che stare soli, di per sé, non è dannoso. Molte persone hanno bisogno di momenti di ritiro proprio per apprezzare di più le relazioni sociali in seguito.

Le ore tranquille possono aiutare a riflettere, a essere creativi, a elaborare le emozioni o semplicemente a recuperare energia dopo una vita intensa. Chi vive il proprio tempo da solo come una scelta volontaria e significativa riporta spesso livelli di solitudine molto più bassi.

La differenza sta in gran parte nella scelta e nel significato: senti di stare scegliendo questo momento, oppure hai la sensazione di non avere nessuno con cui stare?

Chi ha una vita sociale ricca ma sceglie consapevolmente di passare qualche serata da solo di solito lo vive come qualcosa di piacevole. Chi invece si ritrova ogni sera da solo a tavola perché non ha più una rete intorno a sé, prova quella stessa quiete come qualcosa di doloroso.

Cosa puoi fare quando il silenzio diventa scomodo

Se ti accorgi di trascorrere gran parte del tuo tempo da solo e cominci a sentirne il peso, può aiutare compiere piccoli passi mirati. Per esempio:

  • Pianifica almeno un appuntamento sociale fisso a settimana, anche se piccolo (un caffè con un vicino, allenarsi con un collega, una telefonata domenicale).
  • Cerca attività in cui il contatto nasca spontaneamente, come un corso, un'associazione o il volontariato.
  • Usa i social media come complemento, non come unica forma di contatto: manda a qualcuno un messaggio vocale o organizza una videochiamata.
  • Individua i momenti fissi che ti sembrano vuoti, come la domenica sera, e riempili consapevolmente con qualcosa o qualcuno che ti dia energia.

Per gli anziani può essere molto utile che familiari o vicini si facciano parte attiva. Una passeggiata settimanale, fare la spesa insieme o un appuntamento telefonico fisso può sottrarre già alcune ore di silenzio alla giornata e abbassare quella soglia critica del 75%.

Solitudine, salute e segnali pratici a cui prestare attenzione

La solitudine non colpisce solo l'umore, ma anche il corpo. Ricerche precedenti dimostrano che la solitudine prolungata è associata a livelli più elevati di ormoni dello stress, a un peggioramento del sonno, a un rischio maggiore di disturbi depressivi e persino a condizioni fisiche come le malattie cardiovascolari.

Segnali da prendere sul serio sono, ad esempio: scarso desiderio strutturale di vedere le persone, la sensazione di non mancare a nessuno, il trascorrere sempre più tempo davanti agli schermi senza che questo sia davvero piacevole, oppure problemi del sonno in assenza di cause evidenti.

Chi riconosce questi schemi in sé stesso e si accorge di trascorrere la maggior parte delle giornate principalmente da solo potrebbe trovarsi nella zona di rischio descritta dai ricercatori. Una conversazione con il medico di base, un operatore di comunità o una persona di fiducia può essere un primo passo concreto per spezzare quel circolo.

Author

  • Camilla Boniardi è una content creator e autrice italiana, conosciuta per i suoi contenuti ironici e autentici legati alla vita quotidiana. Nei suoi materiali condivide riflessioni, piccoli lifehack pratici ed emotivi, oltre a consigli su relazioni, routine e benessere. Il suo stile spontaneo e diretto la rende particolarmente vicina al pubblico.

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